Cosa ho realizzato in un mese in Africa.




Partiamo dalla “scuola”. Il primo giorno i bambini mi accolsero con entusiasmo, ma mi si strinse il cuore nel vederli “ammassati” in quelle classi, senza avere un posto dove sedersi, dove poter scrivere. Era difficile nei primi giorni riuscire a far seguire loro le lezioni. Allora con i soldi raccolti, inizialmente comprammo le sedie, e una radio. La foto sfocata delle due bambine che danzano, immortala quel momento. Quando ascoltarono le canzoncine in classe, furono così entusiasti che fu impossibile farli sedere.

Successivamente comprando l’occorrente, quindi il legname e la vernice, abbiamo realizzato i banchi e una libreria, sistemando il materiale scolastico (raccolto sia da me, che dalle altre volontarie il mese prima). Da lì cambiarono completamente le lezioni, i bambini così felici, trascorrevano con me le loro mattine, seduti, potendo scrivere, e non rimanendo a terra. Per noi europei è scontato, nessuno di noi si immaginerebbe di arrivare a scuola e accovacciarsi a terra provando a scrivere in qualche modo, ma per loro fu una grande svolta.




- Pochi giorni dopo il mio arrivo in Camerun, una bambina ebbe un incidente con il padre. Arrivata in ospedale, mi si strinse il cuore e le sue urla mi attraversarono l’anima. Ma fui felice, nonostante le cure siano purtroppo pericolose e primitive (rispetto al nostro sistema sanitario), potevo e ho pagato le cure ospedaliere di quella bambina. Successivamente andammo a trovarla a casa, e tornò a scuola riprendendosi del tutto.

- Con soli 15 euro ho pagato le cure per tifo e malaria a due bambini del villaggio. Quella donna con il turbante verde (la nonna di uno di loro) non la dimenticherò mai, quel giorno mi ringraziò benedicendomi. E fui invitata a trascorrere un pomeriggio in casa loro. È questo che non mi ha mai fatto arrendere nei momenti più duri, la loro gratitudine, il loro modo nascosto e gentile di chiedere aiuto.

- poco prima di ripartire per l’Italia, incontrai il sindaco, spiegando il mio lavoro come volontaria, come strutturai le lezioni con i bambini, e come lottavamo per migliorare le condizioni scolastiche e di vita in generale. Così, nonostante il suo aspetto burbero, rimase colpito e decise di donarci un appezzamento di terreno, in cui avrebbero potuto costruire una scuola, o magari una struttura per orfani o ragazze madri.

- l’ultima foto ritrae un alberello, ho deciso di piantarlo e incidere l’iniziale di Giuseppe (il mio migliore amico morto a soli 9 anni). E ricevo sempre le foto, di come tutti se ne prendano cura, nonostante io sia andata via.


Concludo con queste ultime immagini, è difficile immortalare la loro gratitudine e la mia! Ma è stata la parte più bella ed emozionante di quella esperienza. Poterli aiutare, incoraggiare e ascoltare il peso che portano alcune donne come Matilda. Lei è la ragazza in foto con me e due bambini, rimasti orfani. Nonostante avesse solo 22 anni, da cugina decise di essere la loro madre, di prendersene cura. Tutti loro mi sono stati vicini nei momenti più duri. Non bisogna mai comportarsi da capo, ma da leader, come mi dicevano loro. Essere stata la loro ispirazione, il loro “angelo” come mi chiamavano, sono emozioni che non si possono spiegare. Avere una famiglia in Africa, ed essere considerata una loro sorella è la cosa più bella che mi porto nel cuore.

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© 2020 Clara Oliveri - Blumedia