• Clara Oliveri

Purezza (fotostoria).


foto presa da gratisography.com

Camminavo piano, ascoltavo il mio respiro. Tutto grigio, i neon timidi non volevano brillare, non avevano nulla di bello da illuminare. Passavo da quel corridoio, il pavimento lucido sembrava ghiacciato, mi sentivo come se il mio corpo pattinasse su di esso. Non parlo di un centro psichiatrico, parlo del posto che chiamavo casa, quel posto dove mi avevano cresciuta. Quella telefonata mi travolse come la marea, come una pugnalata dopo una carezza, mi avevano tenuta nascosta, quelle persone. Quel posto era un mondo parallelo creato dalla peggior bestia che possa esistere: l’uomo.

<Non ci scopriranno, queste cavie sono nostre, non si ribelleranno mai, credono sia questa la loro casa, che sia questo il mondo.> accompagnato da una grassa risata. Quelle parole mi inondarono, ma decisi di combattere la marea. Dopo una crisi tremenda, rimasi per un attimo immobile, l’unico modo per scoprirne di più era immaginare quel posto non come un luogo a me familiare, sì familiare, ma come il ventre di un mostro malvagio, L’avrei dovuto vedere con occhi esterni.

Allora aprii la cartella; Clarissa. Quando lessi il mio nome trasalii. Evito ogni crudo dettaglio, ma quello non era l’unico mondo, come dicevano loro quello era un luogo che il vero mondo non conosceva. Per il mondo ero una bambina morta alla nascita. Non so per quale oscura ragione, due amanti distanti chissà quanto da me avessero deciso di dare in pasto alle bestie la loro figlia. E se fossero stati all’oscuro di tutto? Ma soprattutto, come potevo scappare da lì? Un brivido mi attraversò per la schiena.

Quel vecchio tunnel che collegava la cucina al giardino, era quella la mia unica salvezza. Per una settimana diventai invisibile, mi accompagnavano alla mensa, non mi ribellavo mai. Mi guadagnai la loro fiducia ed ebbi l’opportunità di uscire in giardino a prendere una boccata d’aria. Mi avevano sempre detto che uomini del passato avevano tagliato quei rami per chilometri senza tornare mai più, dietro quella fitta flora c’era l’infinito, dicevano.

Nessuno mi stava osservando, allora andai all’archivio principale, registrai tutto nella mia mente, la mia cara memoria fotografica non mi deludeva mai. Andai di nuovo in giardino, eccola lì la mia unica salvezza, la fine di quel tunnel, dovevo solo aspettare che calasse la notte. Rimasi tutto il pomeriggio ad ascoltare i passi su quel pavimento, a star attenta ai rimbombi, al suono differente delle loro scarpe, registrai tutto. Chiusi gli occhi. Non avrei dormito.

Il mio cuore galoppante non riusciva a farmi concentrare, avevo le mani sudate, la vista annebbiata. Mi dovevo alzare. Tre, due, uno. Passi lenti e controllati, ero lì, sul ghiaccio, con quelle ginocchiere improvvisate cominciai a gattonare nel tunnel, avevo con me un piccolo coltello, gli occhi bruciavano, avrebbero voluto buttar via quell’amarezza. Una ragazza in un luogo nascosto e oscuro, che cerca di salvarsi con un coltellino. Che tenerezza, che disperazione. Dovevo provarci. Toccando la corteccia, sentiti come se quell’arbusto avesse un cuore, mi sentii amata. E all’improvviso si illuminò, aprendosi come una ragnatela, che si richiuse alle mie spalle.

Ero lì in quel vasto prato, dove la gente non aveva colore, erano come sagome disegnate dalla pioggia, distinguevo i loro lineamenti grazie ai riflessi di quel bagliore immenso. Si avvicinò uno di quegli esseri, da cui intravedevo il resto della natura circostante. <Ciao Clarissa, hai scoperto la storia del vero mondo. Ma avendo vissuto in quello nascosto, la natura ha deciso che meritavi di stare qui, sei troppo pura per il vero mondo. Presto capirai la tua fortuna. Qui non esistono religioni, malattie, omofobia, razze, sotterfugi, esperimenti su innocenti. Qui ci siamo noi. Se fossi cresciuta nel vero mondo, adesso sapresti chi è Dio, e lui da quelle parti non ha un volto. Ecco cosa sono io, ecco cos’è lei. Io sono Compassione, avrai modo di incontrare Amore, Gioia, Speranza, tutti noi siamo qui per te. Siamo esseri forti, e una volta sconfitto quel mondo nascosto, noi attireremo i mali del mondo, che impregnano l’uomo con quell’essenza oscura. Noi siamo l’unica essenza che può purificare il mondo. Questo è il posto che gli uomini del vero mondo chiamano Paradiso. Ma, come vedi, siamo in pochi qui. Nel vero mondo si è tutti presi dagli impegni, dallo stress, e chi non si ricorda di me, di Gioia, di Speranza, allora una parte di noi, un altro simile a noi, si dissolve sotto la luce del sole.> Disse <Del Sole?> Chiesi io. Mi fece capire che ciò che chiamavo immenso bagliore, in realtà era il sole, ed io non lo avevo mai visto prima. Alzai gli occhi al cielo e capii che la mia purezza, ormai scomparsa nel vero e nel nascosto mondo, era la sola che poteva salvarci tutti. Io sono Purezza. Mi toccai il viso, mi guardai le mani, intravedevo il prato dal mio palmo ormai trasparente. Andai a impregnare il cuore degli uomini della mia essenza, avevo uno scopo, l’avevo sempre saputo.

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