• Clara Oliveri

Rugiada

Aggiornato il: mag 17


Mi svegliai come ogni mattina per andare a lavoro, presi distrattamente l’auto e andai a fare il mio dovere. Questo è il mio dovere. Mi ripetevo ogni mattina. Non sono mai stata clemente con me stessa, non meritavo la felicità, non era un mio diritto. Quella mattina pensai a come avevo imprigionato me stessa, da quando ero poco più di una bambina, da quando avevo deciso di fare il lavoro che tutti sognano e stimano, un lavoro ben retribuito che rendeva felici i miei familiari e chi mi stava attorno. Ma non c’era un prezzo per la mia felicità. Finito il lavoro mi ritrovai al solito bar, molto accogliente, un mix di odori e chiacchierii, ma a rendere quel posto così “mio” era proprio Victor. Mi salutò e, come ogni giorno, di ogni anno rimanemmo lì a parlare, ma soprattutto a stare in silenzio. Sì, con Victor potevo non dire nulla, ascoltava anche il mio silenzio.

Lui amava osservarmi mentre dipingevo, la mia passione più grande. Non lo sapeva, non avrebbe mai potuto capirlo, ma dentro quelle tele esprimevo ciò che avrei voluto, e sicuramente non era ciò che avevo al momento. Avrei voluto lui, ma la mia carriera è sempre stata un’amante possessiva. Allora quando lo guardavo girovagare per la stanza spesso dipingevo con i toni del rosso, come fosse un ritratto, ma senza il suo volto. Dipingevo tulipani rossi. E tramonti caldi. Usavo questi colori solo quando cercavo di rappresentare Victor. Era l’unico che riusciva a scaldarmi davvero il cuore, l’unico che capisse di non avere davanti una donna in carriera, completa e felice. Ma solo una donna in carriera. E quella sera, dopo esserci salutati, mi fermai a fissare quelle tele, tutte senza volto. Quei dipinti erano lo specchio della mia vita, a cui non riuscivo a dare un volto.

Non chiusi occhio quella notte. Avendo il giorno libero decisi di andare a trovare i miei. Presi il coraggio a due mani e gli chiesi se fossero stati comunque fieri di me, anche se avessi fatto la commessa, la babysitter o la pittrice. Ma in cuor mio sapevo che la pittrice non era solo un esempio, era quel sogno che soffocava nel cassetto. Mia madre prese il discorso alla leggera, mentre mio padre non disse nulla.

Ritornata a casa, aprii un’e-mail. E, il tempo si fermò.

Cara Claudia

Non ho detto nulla stasera perché credo che, se si vuole davvero percepire l’anima di una persona, si debba stare in silenzio e guardarla negli occhi. I tuoi occhi non sono felici, e tu meglio di me sai il perché. Sei sempre stata clemente con tutti, volevi rendere felici tutti, ma alla vigilia del tuo 30esimo compleanno ti chiedo di farti un regalo: regalati ciò che il tuo cuore desidera. Voglio vedere nel corpo di questa 30enne la bambina che fantasticava e, soprattutto, sognava. Apri il cassetto e fai volare i tuoi sogni, presto ti porteranno con loro.

Il tuo papà

Chiamai subito Victor, in lacrime gli urlai che volevo aprire quel cassetto. Mi sentii come travolta da un uragano, avevo le mani piene di cose che non mi servivano, che non mi facevano nuotare. Allora feci una scelta, per sopravvivere all’uragano dovevo fare quel numero. Chiamai. Mi dimisi dal lavoro. Ero stanca di lavorare per altri, non dico che odiassi fare l’avvocato, ma neanche lo amavo, volevo fosse il mio secondo lavoro, e non più quell’amante possessivo.

La mattina mi svegliai con la vita sottosopra ma ero più leggera. Sentii il clacson, era un pick-up che non mi risultò familiare. Scesi a controllare e vidi Victor che stava già cacciando in auto le mie opere. <Non ti vedrò fare quel finto sorriso davanti la torta anche quest’anno, meriti occhi felici.> Disse, senza darmi ascolto. E d’un tratto arrivammo davanti a quel capannone, che avevo sempre osservato e voluto. Ero molto irritata e confusa, ma Victor aveva pensato a tutto: il proprietario del nostro caro bar era anche il gestore di quel magnifico posto.

<Era da tempo che volevo farti questo regalo, ma aspettavo il momento giusto. Se hai avuto il coraggio di dimetterti vuol dire che vuoi svuotare quel cassetto pieno di sogni. Io ti ho solo trovato il posto giusto. Da domani la gente vedrà la tua anima in mostra.> Disse lui soddisfatto. Ma io, in quel momento, fui invasa dalla paura, paura di non piacere o di essere derisa. L’indomani sarebbe stato il mio 30esimo compleanno, allora dovevo scacciare via la paura, perché non importa piacere agli altri o a tutti, importa aprire i cassetti e sentire l’anima più leggera, nonostante tutto.

Finimmo esausti di sistemare tutti i quadri, fuori pioveva. Arrivò mezzanotte e, il mio compleanno era lì. Sul prato, come due bambini, cademmo a terra, avvolti dalla rugiada.

E cominciai il mio primo giorno da 30enne sapendo che Victor sarebbe stato uno di quei sogni che non avrei più lasciato nel cassetto.



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